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Evitamento della violenza

Paure - Evitamento della violenza

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Perché i vostri team frenano davanti a una formazione di self-defence?

È un paradosso che si incontra su quasi tutti i fronti: sportelli, ospedali, trasporti. I professionisti più esposti sono spesso quelli che respingono di più la formazione. Non per mancanza di consapevolezza del rischio, al contrario. Seguire una formazione significa ammettere pubblicamente di poter essere in pericolo. E questo, in un collettivo, non è mai neutro.

Il vero freno non è tecnico, è psicologico

Il peso di un passato non raccontato

Un’aggressione vissuta, la propria, o quella di un collega raccontata cento volte in sala pausa, lascia una traccia. Non serve un trauma clinico: un ricordo basta a trasformare una formazione in una prova, e non in uno strumento. Si crede di preparare i team a difendersi; a volte li si confronta, senza volerlo, con ciò che evitano da anni.

La paura di sembrare aggressivi

L’altro freno è più subdolo: la paura di reagire male in una situazione reale, e di essere giudicati per questo, troppo morbidi, troppo duri, “non fatti per questo mestiere”. Questo dubbio paralizza più sicuramente di una vera minaccia fisica. Si traduce in riflessi di evitamento facilmente identificabili:

  • Minimizzare il rischio (“qui non succede mai”)
  • Temere di perdere il controllo davanti ai colleghi
  • Dubitare della propria capacità di contenere una situazione
  • Preferire schivare piuttosto che confrontarsi, anche quando schivare peggiora le cose

(Vedi anche l’articolo sulla Dissonanza cognitiva)

Negare il rischio: una falsa sicurezza che costa cara

Negare che una minaccia esista è spesso più comodo che prepararsi ad essa. È una protezione illusoria: rassicura sul momento, ma lascia il team completamente indifeso il giorno in cui la situazione degenera. Da leggere sul tema: “Trascurare un rischio, è già prenderlo…”

Seguire una formazione equivale allora a riconoscere, davanti ai propri colleghi, la propria vulnerabilità, una tappa che molti preferiscono evitare piuttosto che affrontare.

A questo si aggiunge un bias ben noto sul campo: gli uomini minimizzano le proprie paure per pressione sociale, le donne interiorizzano una fragilità che è stata loro assegnata. In entrambi i casi, il risultato è identico, non si osa chiedere la formazione di cui si ha bisogno.

Cosa cambia una formazione ben condotta

Una buona formazione in self-defence non si limita mai a gesti tecnici. Dà ai team i mezzi per nominare le proprie paure senza essere giudicati, per capire dove passa il limite tra prudenza legittima ed evitamento eccessivo, e per ritrovare un senso di controllo, individuale e collettivo, di fronte a una situazione che fino ad allora temevano in silenzio.

È tutta la posta in gioco di un contesto sicuro come la Virtual Box: permettere a ognuno di affrontare questo blocco prima della crisi, non durante.

Conclusione

Rifiutare una formazione in self-defence non è quasi mai un capriccio né una mancanza di serietà. È il sintomo di un meccanismo di protezione molto più profondo, che va compreso prima di volerlo aggirare.

Una formazione che ignora questo meccanismo fallisce ancor prima di iniziare. Una formazione che ne tiene conto trasforma la self-defence in un vero strumento di fiducia collettiva.

Non fate più lo struzzo

Valutate il rischio conflittuale reale del vostro team in 3 minuti. Una diagnosi onesta: se non avete bisogno di formazione, ve lo dirà.

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