Quando il cervello diventa l’avversario
Dissonanza cognitiva e self-defence professionale
Ho visto decine di professionisti ben formati, tecnicamente capaci, farsi sopraffare da un’aggressione che avrebbero dovuto gestire senza problemi. Non per mancanza di competenza. A causa di un blocco molto più subdolo: la loro stessa testa che rifiuta di eseguire ciò che il corpo sa fare.
Questo fenomeno ha un nome in psicologia: la dissonanza cognitiva. Festinger l’ha teorizzata negli anni ’50: è il disagio che si prova quando si deve agire contro ciò che si pensa di essere, contro i propri valori. E in una situazione di crisi, questo disagio non resta nella testa. Si traduce in esitazione, blocco, talvolta assenza totale di reazione.
«Non dovrebbe capitare a me»
Un esempio che incontro spesso in formazione: un sanitario aggredito da un paziente. Ha seguito la formazione, conosce la procedura, sa tecnicamente cosa fare. Eppure, sul momento, non fa nulla, o quasi nulla. Incassa, minimizza, cerca di capire piuttosto che proteggersi.
Perché? Perché c’è un conflitto interno che gira in loop: «Sono qui per curare, non per difendermi». O peggio, quella vocina che dice «Devo capire prima di rispondere», mentre il corpo, lui, chiede solo di uscire dalla traiettoria del colpo.
Questo conflitto tra l’identità professionale e la necessità di agire, è esattamente questo, la dissonanza cognitiva. E finché non viene identificata, blocca tutto. Non importa quante ore di stage passate a ripetere i gesti.
Tre manifestazioni tipo sul campo
La minimizzazione della minaccia.
«Non è niente», «non lo fa apposta», «ha avuto una brutta giornata». Si razionalizza l’aggressione per non doverle rispondere. È più comodo mentalmente, e spesso più pericoloso fisicamente.
La paralisi dell’azione, per quanto legittima.
«Se reagisco, divento come lui». Questa convinzione, la sento in quasi tutti i miei stage. Impedisce di porre un limite chiaro, e si finisce per subire una situazione che si sarebbe potuta ampiamente disinnescare.
Il senso di colpa a posteriori.
Anche quando la reazione era giusta, proporzionata, necessaria, il dubbio ritorna. «Ho esagerato? Era davvero legittimo?» Questo senso di colpa post-evento, se non trattato, logora i professionisti molto più sicuramente di un’aggressione fisica.
Non si elimina la dissonanza. Si impara a conviverci.
Non scompare mai del tutto, e non è nemmeno questo l’obiettivo (farò un articolo sul condizionamento). Ciò che cambia le carte in tavola è anticiparla prima che prenda il controllo nel momento sbagliato. Concretamente, questo passa attraverso:
- una preparazione mentale seria (ancoraggio, visualizzazione, tecniche di ottimizzazione del potenziale, non folclore, strumenti che hanno dato prova di sé)
- l’analisi di scenari reali in formazione, non simulazioni asettiche
- un vero lavoro sull’identità professionale: difendersi non ha mai significato diventare violenti
- la costruzione di script di intervento, per togliere parte del carico decisionale nel momento in cui il cervello funziona peggio
L’obiettivo è la coerenza, non la performance
Agire senza dissonanza non significa agire più forte o più veloce. Significa agire in accordo con ciò che si è. È ciò che permette di rispondere efficacemente a un’aggressione senza scivolare nella brutalità, e senza trascinarsi rimpianti per settimane dopo.
Da YourSafety.training
Non ci limitiamo a insegnare gesti tecnici. Lavoriamo su ciò che impedisce a questi gesti di uscire al momento giusto: l’allineamento tra etica, ruolo professionale e azione.
Perché si proteggono bene gli altri solo se prima si sa proteggere se stessi, senza vergognarsene.

