Due violenze scolastiche, una sola di cui si parla
Quando si dice “violenza scolastica”, tutti pensano prima agli studenti tra loro, il bullismo, le risse in cortile, le rivalità che degenerano. È reale, ed è grave. Ma c’è una seconda violenza scolastica, più silenziosa, di cui si parla molto meno: quella subita dagli insegnanti. Insulti, provocazioni, talvolta gesti, una quotidianità che molti professori incassano in silenzio, per mancanza di parole, di un quadro, o semplicemente perché non sono mai stati preparati a questo.
Come genitore, formatore ed ex studente, ho lavorato su entrambi i fronti. E una stessa chiave torna, ogni volta: la capacità di nominare un’emozione prima che si trasformi in passaggio all’atto.
Ciò che ho visto tra gli studenti
Ho lavorato soprattutto con gli studenti, e i risultati mi hanno spesso sorpreso, in senso positivo. Di fronte a una simulazione di violenza, alcuni si ribellano spontaneamente contro l’ingiustizia della scena, ancor prima che venga chiesto loro di reagire. Altri, senza essersi concertati, si organizzano per proteggere un compagno più vulnerabile, un riflesso collettivo che nessuna lezione teorica aveva preparato, ma che la simulazione ha fatto emergere.
Non è un caso. Quando si dà a un gruppo di studenti un contesto in cui l’emozione può essere nominata e vista prima di essere repressa, non si evita solo un conflitto puntuale, si rivela una capacità di solidarietà che esisteva già, ma che non aveva mai avuto l’occasione di esprimersi.
L’emozione repressa è un motore di violenza
Le emozioni sono al cuore dei nostri comportamenti. Represse o mal espresse, non scompaiono, si accumulano, fino a diventare tensione, poi talvolta aggressione. Permettere a uno studente di verbalizzare ciò che prova, di comprenderlo e di esprimerlo chiaramente, non è un esercizio di benessere facoltativo: è un meccanismo concreto di prevenzione, che disinnesca il conflitto prima che degeneri.
È vero per gli studenti. È altrettanto vero per gli insegnanti, salvo che per loro, questo spazio di parola esiste raramente. Si chiede ai professori di gestire classi difficili, ma non si dà loro quasi mai un contesto per dire, senza essere giudicati, che una situazione li ha superati.
Uno spazio di parola regolato, non uno sfogatoio
Offrire un contesto in cui si può esprimere ciò che si prova, senza timore di essere giudicati, disinnesca la pressione interiore prima che esploda. Questo non significa che tutto debba dirsi senza filtro, uno spazio di parola efficace è onesto e rispettoso, non uno sfogatoio. È questa regolazione che cambia la dinamica di un gruppo: impedisce che la violenza, verbale o fisica, diventi l’unica via d’uscita percepita di fronte a una frustrazione.
Cosa cambia, durevolmente
Uno studente che impara a nominare le proprie emozioni non diventa solo più calmo sul momento. Capisce da dove vengono i propri conflitti, e sviluppa la capacità di cercare una soluzione piuttosto che una reazione impulsiva. È esattamente ciò che ho osservato sul campo: studenti che, di fronte a un’ingiustizia simulata, scelgono di opporvisi piuttosto che riprodurla, e altri che scelgono di proteggere, piuttosto che ignorare.
Non è un approccio morbido. È un approccio adulto e realistico della gestione dei conflitti, valido tanto per gli studenti tra loro quanto per la relazione, spesso dimenticata, tra studenti e insegnanti.
Conclusione
La liberazione della parola e l’etichettatura delle emozioni non risolvono tutto, ma creano un contesto di dialogo che riduce durevolmente le tensioni, su entrambi i lati della lavagna. Ciò che ho visto negli studenti che ho formato, la loro capacità spontanea di indignarsi contro l’ingiustizia, di riunirsi per proteggere un compagno, mi convince che questo approccio non è un concetto teorico. È una soluzione realistica, a condizione di applicarla tanto alla violenza che si vede quanto a quella che si tace.

